Alcune società sportive di tutta Italia hanno lanciato l'appello "Salviamo lo sport di base" per dare voce e ottenere sostegno "all'enorme patrimonio di esperienze e volontariato che esiste nello sport di base".
Il documento contenente anche una serie di proposte concrete è stato sottoscritto oltre che da molte società di tutta Italia anche da quattro Enti di Promozione Sportiva (AICS, CSI, UISP, US ACLI).
L'appuntamento pubblico fissato dai promotori è per il 3 marzo a Roma."
INTERVENTI DI MAURIZIO LA ROSA E DI ANDREA NOVELLI
A proposito di "Dare voce allo sport di base"
Essendo dirigente di un’associazione sportiva affiliata a diversi Enti, ho letto l’invito ad aderire al documento "Dare voce allo sport di base" e a partecipare all’iniziativa organizzata il 3 marzo a Roma.
Prima di entrare nel merito di alcuni dei punti del Documento mi permetto di esprimere alcune valutazioni generali sul linguaggio e sul metodo usato.
Chiarezza e trasparenza
Probabilmente, per mia disattenzione, mi è sfuggita la fase di elaborazione e di preparazione dell’iniziativa con cui il "Comitato Promotore" si è mosso per arrivare al 3 marzo. In caso contrario, mi permetto di pensare che sia una forzatura politica affermare che quel documento sia frutto spontaneo di "un bel gruppo di società sportive" che l’ha elaborato ed ha indetto la "Prima Assemblea Nazionale delle Società Sportive". Sicuramente le società sportive di base si rendono conto della fase di difficoltà e della scarsa considerazione che il lavoro svolto è, sempre più, messo a rischio da scelte politiche ad ogni livello. Chiunque viva il rapporto diretto con i partecipanti alle attività sportive sente le problematiche economiche, sociali, culturali delle famiglie italiane (nel senso più ampio, considerando tra queste anche le famiglie d’immigrati che vivono qui da noi da molto tempo). Gli stessi dirigenti sanno quanto sia difficile trovare tempi e modi di confronto con i propri tesserati e con i dirigenti di altre società, già nel proprio territorio figuriamoci a livello più ampio.
Non penso sia denigratorio affermare che i dirigenti di alcune organizzazioni nazionali di varia estrazione abbiano deciso di proporre un documento all’attenzione del mondo sportivo e di farsi carico di organizzare un’iniziativa nazionale. Mi sembrerebbe un atto di forte cambiamento rispetto alle consuetudini di una politica che non trova più corrispondenza nella realtà, e mi aspetterei che il mondo sportivo si faccia promotore anche di questi cambiamenti di linguaggio e di metodi. Altrimenti si da l’impressione di non voler svolgere un ruolo veramente dirigente e di nascondersi dietro "comitati" in modo da poter decidere successivamente o di voler usare le società sportive come, spesso, si usa la cosiddetta società civile da parte delle forze politiche.
E’ molto probabile che il documento, pur recependo istanze reali della cosiddetta base, sia frutto di un accordo tra i livelli nazionali di gruppi dirigenti legittimati al ruolo e democraticamente eletti che lo hanno proposto alle società di loro riferimento e che si siano attivate per tenere una iniziativa nazionale. Non ci trovo nulla di strano e di scorretto nei confronti di nessuno, anzi, mi sembrerebbe finalmente che chi ne ha la rappresentanza politica esca allo scoperto con proposte concrete.
Organizzazione
Ho letto le lettere di invito di alcuni Presidenti Nazionali di EPS datate a partire dal 9 febbraio, quindi con tempi molto stretti rispetto alla data del 3 marzo per poter diffondere e discutere nell’ambito dei propri soci e dirigenti sui contenuti e sulla possibilità di partecipazione. Immagino, quindi, che le adesioni siano legittimamente frutto della scelta dei Presidenti delle singole società, al massimo dei consigli direttivi.
Infine dubito che il tempo di svolgimento previsto dalle 10.00 alle 13.00 sia adeguato a dare voce consistente alle società sportive. Molto più probabilmente ci saranno interventi ad invito concordati precedentemente, di fronte ad una platea dei soli che per ragioni di disponibilità personali potranno essere presenti, indipendentemente da quanti vorrebbero dire qualcosa.
In 3 ore è possibile che ci siano una ventina di interventi complessivi, sicuramente importanti ma sicuramente poco rappresentativi rispetto alle migliaia di adesioni ci siano state. In un Paese dove le rappresentanze politiche ed istituzionali sono spropositate in eccesso rispetto ai cittadini, che il mondo sportiva debba sentirsi rappresentato da qualche decina di interventi a fronte di decine di migliaia non mi sembra un buon segnale.
In conclusione mi sembra che le tematiche su cui si sta discutendo sul blog di NEOSPORT siano sempre più rappresentative di una esigenza di chiarezza, senza la quale il mondo sportivo troverà sempre più difficoltà ad emergere nella sua reale complessità e diversità, che non è più quella degli anni 90, andando ancora più indietro.
Bisogna rendersi conto che il modello organizzativo delle società sportive è modificato con la società e che anche le forme di rappresentanza devono cambiare ed adeguarsi e, soprattutto, avere la forza e la dignità di non nascondersi dietro formule vuote.
Non esiste nessuna possibilità di affermare che il Documento proposto, al di là dei contenuti, sia patrimonio delle migliaia di società che l’hanno sottoscritto, delle decine di migliaia di società sportive che operano nei quartieri, delle centinaia di migliaia di dirigenti e operatori sportivi, dei milioni di partecipanti alle stesse attività.
Il movimento sportivo svolge ogni giorno quelle funzioni positive in ambito culturale, sociale, aggregativi, oltre che di crescita fisica e tecnica nell’ambito prettamente sportivo, ma nessun dirigente sportivo a qualsiasi livello può assumersi la rappresentanza politica di quei milioni di partecipanti che stanno alla base.
Non dobbiamo evitare la risposta a una domanda molto semplice: "Quanti di quei milioni di partecipanti sanno di essere tesserati, con tutto quello che significa, ad uno o più Enti di Promozione o Federazioni? Non chiedo quanti conoscano le finalità dell’Ente e del perché sia stato scelto quello e non un altro, ma semplicemente la consapevolezza di essere parte di una organizzazione al di sopra della società sportiva in cui praticano.
Purtroppo finché anche il metodo di gestione delle risorse economiche sarà legato solo ai numeri di tessere non si potrà affrontare il tema della partecipazione reale al dibattito del mondo sportivo.
Ancora una volta il mondo sportivo sembra omologarsi al mondo politico proprio quando, forse, si comincia a capire con quale ruolo negativo possono essere usati i tesseramenti.
La democrazia e la partecipazione non sono sempre garantite solo da procedure, ma principalmente dalla capacità di sollecitare e garantire la partecipazione e la condivisione.
Dal basso e dall’alto, proviamo tutti a DARE VOCE ALLO SPORT DI BASE e, soprattutto, a mettere al centro le necessità dei praticanti per qualsiasi ragione lo siano.
Maurizio La Rosa
L’iniziativa del 3 marzo DIAMO VOCE ALLO SPORT DI BASE merita una riflessione approfondita al di là di facili entusiasmi e preconcette prese di distanza.
Un dato positivo è quello che si parli di sport, fenomeno che, al di là degli eventi/spettacolo,
stenta a trovare spazio nel dibattito politico e ciò nonostante coinvolga una larga (anche se ancora
ridotta) fascia della popolazione e sia economicamente “importante”.
Ma lo sport è un fenomeno complesso che ha molti, diversi e, a volte, contradditori aspetti che è
necessario evidenziare per non correre il rischio (al quale non sfugge DIAMO VOCE ALLO SPORT DI BASE) di restare nel generico senza individuare adeguate prospettive d’intervento.
Nella nostra lingua e nella nostra cultura con la parola Sport si indicano attività e fenomeni molto
diversi tra loro: dalla partite della serie A di calcio alle attività dei runner nei parchi urbani, dalle
scalate in solitario al fitness, dalla ginnastica generale nelle palestre scolastiche al parkour.
Ma siamo proprio sicuri che sia lo stesso sport?
Non è forse necessario fare qualche precisazione in modo che a diversi contenuti corrispondano
termini diversi?
Si potrebbe cominciare a parlare di “SPORT DEI CITTADINI” (visto che sport per tutti non ha avuto
fortuna) e tentare di definirne i contenuti, contenuti che, almeno in una prima approssimazione,
potrebbero essere:
.
privilegiare l’inclusione rispetto alla selezione
.
mirare al benessere della persona (che è cosa diversa e più ampia dell’assenza di malattie)
.
essere organizzato nel rispetto del bene “terra” e del territorio
.
prevedere il coinvolgimento dei partecipanti
E’ proprio alla luce di queste idee (sicuramente non nuove ma frutto di una non breve esperienza
sul campo e di qualche riflessione con altri) che il documento di convocazione dell’incontro del 3
marzo appare parziale e, alla fin fine, contraddittorio.
Infatti il documento non affronta il tema centrale dell’organizzazione dello sport in Italia, di un
CONI che ha (o, meglio, pretende di avere) al suo interno tutto lo sport tanto da arrivare
all’estremo di Federazioni che hanno al loro interno un “Comitato sport per tutti”!
Un CONI interamente finanziato dallo Stato cosicché il nostro Paese è l’ultimo paese al mondo ad
avere uno sport di Stato anche se gestito con criteri privatistici.
DIAMO VOCE ALLO SPORT DI BASE non affronta per nulla questo tema ed anzi parla di sé come del “mondo sportivo organizzato nel Comitato Olimpico” riaffermando, quindi, da una parte la propria appartenenza a quel modello ormai superato e d’altra parte quasi riconoscendo l’esistenza di un “mondo sportivo” che non è organizzato nel CONI.
Ma forse è proprio il mondo sportivo al di fuori del CONI ad essere chiamato ad un ruolo da
protagonista in questo momento storico in cui è necessario ripensare il significato della
partecipazione e del decentramento.
Il ruolo degli Enti Locali (altro grande tema del tutto assente nella riflessione di DIAMO VOCE ALLO SPORT DI BASE) non può più essere quello della sussidiarietà come era prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione (d’altra parte mai veramente applicato).
E’ necessario un nuovo modello di governance del territorio che esalti le esperienze locali
(soprattutto in una grande città come Roma) e sappia raccoglierle e valorizzarle in un progetto più
ampio.
Lo sport dei cittadini deve potersi “differenziare” rivendicando contenuti e forme organizzative che sono già presenti in alcune esperienze e che devono, queste sì, trovare pieno riconoscimento nelle
regole e nelle prassi.
Ne ho prima evidenziate alcune ma se ne possono trovare altre e meglio definite, l’importante è
che si riconosca che esiste uno SPORT DEI CITTADINI accanto,si badi bene, e non in contraddizione con lo sport d’alta prestazione o lo sport commerciale.
Tra i contenuti dello SPORT DEI CITTADINI uno mi pare più importante degli altri: il coinvolgimento
dei partecipanti alle attività sportive. Non mi riferisco alla partecipazione alle assemblee che
approvano i bilanci o eleggono le cariche sociali ma ad una cosa molto meno formalistica e molto
più di sostanza: trasparenza degli obbiettivi, dei contenuti, della destinazione delle risorse, della
governance.
Per questo mi sembra riduttiva e, tutto sommato, fuorviante, la richiesta contenuta nel
documento DIAMO VOCE ALLO SPORT DI BASE di “salvaguardare le facilitazioni fiscali per le ASD”
(punto 6.) perché alle associazioni dello sport dei cittadini non si devono riconoscere
“agevolazioni” e sconti ma misure strutturali che li mettano in grado di rispondere ad un bisogno
dei cittadini.
Misure strutturali che prevedano anche azioni dirette a sanzionare quanti abusano (come avviene ora nel mondo delle ASD) delle “agevolazioni fiscali”.
Un’ultima questione è quella del lavoro nel mondo dello sport.
Anche qui una distinzione appare non più rinviabile: i campioni della Serie A di calcio sono una
cosa diversa dagli istruttori di una piscina e dai dirigenti accompagnatori di una qualsiasi squadra
di calcio che partecipa a un qualsiasi campionato.
Definire “volontari” gli istruttori e gli insegnanti delle diverse discipline sportive non può non
suscitare perplessità mentre, forse, è più appropriato definire “volontari” quei tanti dirigenti ed
accompagnatori, nei confronti dei quali, questi sì, il mondo dello sport ha un grande debito.
E’ pur vero che lo sport anche, se non soprattutto, quello dei cittadini richiede una grande
motivazione ma questo non può portare a nascondersi che nello sport è diffuso il precariato nelle
sue forme più “cruente” dell’incertezza sul futuro, del non rispetto dei di pagamento delle
prestazioni, dell’assenza di coperture previdenziali ed assicurative.
E’ un tema complesso ma non si risolve tacendolo e, soprattutto, la sua soluzione non può e non
deve ricadere sulle società sportive almeno non su quelle dello sport dei cittadini.
Per finire una raccomandazione prima di tutto a me stesso: non bisogna perdere di vista il
contesto più ampio nel quale ci troviamo, contesto che sta costringendo a modificare i contenuti e
le forme della rappresentanza politica ed allora, forse, è giunto anche il momento di modificare le
forme di rappresentanza nel mondo dello sport.
Andrea Novelli